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Diari di viaggio in Calabria e viaggiatori stranieri del passato

Il territorio calabrese quale meta di viaggi alla scoperta della natura e alla ricerca di sé.

La Calabria è stata anche nel passato meta di viaggiatori stranieri che l’hanno raccontata a modo loro nei propri diari di viaggio, offrendo però quasi sempre una visione nuova della Regione, cogliendo sfumature che forse solo un forestiero avrebbe potuto notare. I viaggi in Calabria, un tempo, non erano certo frequenti come oggi, quando ormai diverse zone sono regolarmente prese d’assalto dal turismo di massa: nel passato la Calabria rappresentava i confini del mondo civilizzato, un luogo selvaggio ed incontaminato dove ritrovare un contatto con la natura più autentica.

Quando si parla di viaggiatori stranieri in Calabria viene in mente subito il nome di Norman Douglas, l’intellettuale britannico che scese sino al Sud Italia nel 1907 e che raccolse la sua esperienza nel libro “Old Calabria”, ritenuto da più parti la più riuscita celebrazione della bellezza del Meridione d’Italia fatta da uno straniero. “Old Calabria”, opera pubblicata nel 1915 in Inghilterra e giunta in Italia, con il titolo di “Vecchia Calabria”, solo nel 1962, rappresenta il diario di viaggio di Douglas tra il 1907 e il 1911, allorché visitò la Basilicata, la Puglia e la Calabria, territorio che egli identificò con gli antichi confini calabresi.

Alcune guide turistiche della Calabria contengono molte citazioni dai Diari di Douglas ed anche noi vogliamo offrirvene qualcuna. Appena giunto sul Massiccio del Pollino, ad esempio, l’inglese ebbe “una visione di pace” perché “queste stupende montagne sembrano fondersi, al tramonto, in una nebbia di ametista”. Quindi si lasciò guidare dal suo “compagno”, il fiume Trionfo, sino alla Sila Greca, dove il “paesaggio assume bruscamente un tono epico”. Qualche ricordo dei suoi luoghi natii accompagna invece la visita di Douglas alla Sila Grande, un “venerando altipiano granitico”, perché “se non fosse per la mancanza dell’erica, qui il viaggiatore potrebbe credere di essere in Iscozia”. Le Serre Vibonesi appaiono a lui come “un tempo non eretto da mani umane” dai paesaggi magici ed incantevoli, ma è la descrizione della Sila Piccola quale “autentico ‘Urwald’, […] una foresta vergine mai sfiorata da mano umana” a rappresentare il punto di contatto con i tanti viaggiatori del passato.

Edward Lear, in Calabria, scelse di visitare l’Aspromonte e le aree collinari di Reggio Calabria. Lear, viaggiatore e paesaggista inglese, intraprese la sua avventura nel Sud della Calabria nel 1847 e percorse molti chilometri a piedi, con la sua fidata guida locale e un asinello deputato a trasportare i bagagli. L’inglese rimase affascinato dalla maestosa bellezza dell’Aspromonte, dalle sue vedute sulla costa e dalla natura ancora incontaminata, da quella che G. Isnardi definisce “architettura naturale”. I suoi dipinti riflettono i magici giochi di luci ed ombre delle montagne calabresi, mentre i suoi diari di viaggio raccontano di una piacevole atmosfera e di una diffusa ospitalità della gente di Calabria. Ancora oggi è possibile ripercorrere le sue orme lungo l’itinerario denominato “il sentiero dell’inglese” che da Pentadattilo arriva a Palazzi passando per San Lorenzo, Amendolara, Gallicianò, Montebello Ionico, Roghudi, Bova e Staiti: presso Pastarà di Masella c’è una stele dedicata proprio a Lear, un passaggio molto frequentato dagli amanti del trekking in Calabria.

Tra le tante righe dedicate al capoluogo reggino Lear scrisse parole come queste: “Reggio è un grande giardino, uno dei luoghi più belli che si possano trovare sulla terra”. Ma in entrambi i viaggiatori britannici l’impressione della Calabria è quella di un’imminente corruzione di tale bellezza, tanto che, soprattutto Douglas, invitavano i loro lettori a visitarla alla svelta, prima che tutto fosse perduto.

Norman Douglas e Edward Lear non furono però gli scopritori del turismo in Calabria. I primi viaggiatori avevano cominciato a giungervi già dal XVI secolo ed erano soprattutto francesi. Il primo viandante ad aver raccontato la sua esperienza di viaggio in Calabria fu un anonimo di Orléans del Cinquecento il quale, oltre a raccontare il paesaggio e le testimonianze magnogreche, spiega come Tropea fosse un centro molto frequentato per via di un medico chirurgo particolarmente abile nella rinoplastica: non conosciamo con che strumenti e metodologie riuscisse a ricostruire i nasi dei suoi pazienti, ma a leggere questo resoconto pare avesse clienti in tutta Italia e la sua fama fosse grande anche Oltralpe.

Questo racconto ci fa dedurre che la Calabria non fosse proprio una landa desolata ed inospitale come taluni lasciavano credere: sarà però questo l’aspetto del territorio calabro ad appassionare maggiormente i viaggiatori. Dopo un secolo e mezzo di abbandono, furono gli illuministi a visitare nuovamente il Sud Italia, dandone spesso resoconti più mitici che naturalistici, quasi come se il viaggio in Calabria fosse prevalentemente un viaggio alla ricerca di sé. Tra loro ricordiamo Jean-Claude Richard abate di Saint-Non, che illustrò nel suo “Voyage Pittoresque” Sibari, Corigliano Calabro, Rocca Imperiale, Catanzaro, Scilla Isola di Capo Rizzuto e Catanzaro, e l’inglese Henry Swinburne, a cui dobbiamo una descrizione più dettagliata delle iniquità sociali ma anche l’intuizione di un utilizzo più efficace delle terre per le colture autoctone e delle spiagge per i bagnanti.

Nell’Ottocento le condizioni generali della Calabria peggiorarono: le campagne napoleoniche e la miseria che accompagnò la Restaurazione ebbero conseguenze devastanti sull’economia calabrese. E’ per questo che i resoconti di Duret de Tavel hanno spesso un fondo tragico e malinconico, e quelli di Courier presentano in più punti la netta contrapposizione tra la bellezza della natura di questi luoghi e l’indigenza dei popoli che li abitano. Maurel e Lenormant, sulla stessa falsariga, denunciano le terribili condizioni igieniche delle strade, dei luoghi pubblici e delle locande dove alloggiarono presso Cosenza (descritta come la città più sporca che avessero visto), Nicastro e Vibo Valentia.

Nel Novecento questi problemi andarono attenuandosi ed è per questo che i viaggiatori stranieri tornarono a focalizzare la loro attenzione sulle condizioni sociali e sulle bellezze naturali calabresi. Gissing in “By the Ionian Sea” (1901) scorge un fiero pessimismo nella Calabria del tempo, uno stridente contrasto tra il glorioso passato della Magna Grecia e la povertà dei contadini nel latifondo: “è un paese stanco e pieno di rimpianti, che guarda al passato; banale nella vita presente ed incapace di sperare veramente nel futuro”. Meno pessimista è De Custine, che racconta la Calabria come un “vestito di Arlecchino” per la varietà di popoli ed etnie che la abitano, evidenziando le note di colore che caratterizzavano sin da allora questa terra.

L’ultimo viaggiatore straniero in Calabria prima dei turisti dei nostri giorni è il belga Jules Destrée nel 1928, un periodo in cui, soprattutto a causa del regime fascista, molti rinunciano a visitare l’Italia. Come i suoi predecessori Destrée rimane d’incanto innanzi ai resti della civiltà greca, come il Tempio di Hera Lacinia, e alle bellezze paesaggistiche, ma per lui hanno maggior rilevanza gli aspetti sociali. Loda infatti la laboriosità dei calabresi e la loro abilità artigianale: a Cosenza, dopo un’entusiastica visita al Castello Svevo, acquista dei tessuti così come fa anche a San Giovanni in Fiore. Le note tristi sono riservate al latifondo, nello specifico nell’agro crotonese, dove la fatica di tanti lavoratori arricchiva un solo, avido padrone. L’intellettuale belga confidava però in un risveglio culturale che avrebbe portato la Calabria a tornare ai fasti di un tempo. Un risveglio che ancora non si è compiuto del tutto…

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